Come nascono i Comuni in Italia

In Italia le comunità cittadine non comprendevano solo mercanti e artigiani ma anche esponenti della piccola e della media nobiltà possessori di beni fondiari e di diritti giurisdizionali su villaggi e terre di campagne vicine. La situazione politica all’interno delle città non era molto chiara dato che le funzioni pubbliche erano suddivise tra il vescovo e il conte, e a complicare il tutto interveniva il protagonismo della comunità cittadina che riusciva a farsi sentire dalle autorità locali e dal potere sovrano.

L’Italia dei Comuni

La nascita del Comune avvenne in ogni città in modi diversi e particolari per cui non è possibile effettuare un confronto o una casistica completa. Il periodo in cui appaiono le nuove istituzioni comunali coincide con il periodo della lotta per le investiture, ovvero tra il 1080 e il 1120. L’iniziativa in genere parte dal ceto aristocratico ma in alcune città della Toscana e del Piemonte anche da esponenti del mondo commerciale e imprenditoriale. Il termine consulares, però, indica un gruppo ristretto di famiglie, aristocratiche o borghesi, da cui provengono i consoli che, dapprima, non formano tra loro un ceto chiuso dato che dei consulares potevano far parte sia i nobili immigrati dalle campagne sia gli esponenti più ricchi del mondo mercantile.

I consulares diventeranno gruppi chiusi tra il XII e il XIII secolo, quando il ceto mercantile e artigianale sono tanto potenti che le famiglie al potere cercheranno ostruirne l’ascesa alle stanze del potere. Gli organi di governo del Comune sono l’Arengo, ovvero l’assemblea generale dei cittadini che prende decisioni su problemi di interesse generale, e il Collegio dei consoli che esercita potere esecutivo. I consoli rimangono in carica per massimo un anno così da non rischiare l’affermarsi di regimi personali e da garantire una rotazione.

I meccanismi di potere del Comune

Se all’inizio l’elezione dei consoli veniva effettuata per acclamazione, più tardi divenne necessario introdurre alcune innovazioni istituzionali, per cui l’assemblea generale venne sostituita dal Consiglio maggiore, che esercitava potere deliberativo, e dal Consiglio minore, che affiancava i consoli nell’esercizio delle loro funzioni. Le modalità di elezione cambiavano da una città all’altra, ma tutti garantivano il predominio dei notabili.

Venne riformata anche l’elezione dei consoli, che non venne più effettuata dal Consiglio maggiore, ma tramite due o tre gradi intermedi e sempre assicurando il monopolio politico delle famiglie dominanti. Venne fatta chiarezza anche sull’ambiguità dell’ordinamento comunale originario, in cui particolarmente ambiguo restava il rapporto con il vescovo le cui prerogative giurisdizionali vennero man mano ridimensionate all’interno della città.